venerdì 4 luglio 2014

“MIO CARO MAX… ECCO IL GIOCO CHE DOVREBBE ESSERE IL VERO 8X!”


 
Prologo:
proprio nel mentre che buttavo giù questa letterina per Maximissimus, è uscito un bell’articolo del Dado Critico, riguardo al “vendere il nuovo giuoco da tavolo ai nuovi non-giuocatori”. Lui propone di evangelizzare il nuovo “non-giuocatore” con “8 Minuti per un impero”. Io propongo Dixit. I motivi bene o male sono esposti qua sotto.


DIXIT IS THE NEW VITTORINO ANREOLI
                                                                         
                                                
 

“Dubito che l’avremmo pubblicato,
e saremmo stati degli stronzi”

(S.R. socio di una nota Casa Editrice italiana)


Il problema di questa rubrica, mio buon Max, è che per un paio di volte sarò costretto a parlare di giochi di cui tutti hanno parlato, di cui tutti hanno scritto tutto, che i gamers odiano, che i gamers amano. Come farò a distinguermi dalla massa? Come farò a fornire quel “twist” a questa rubrica, che tutti possono dire “ehi leggiamo la rubrica “Mio Caro Max” ” sul tuo blog, mio caro Max?

Il problema ora è più evidente che mai, dato che mi tufferò nel fantastico mondo di Dixit, il gioco di Jean-Louis Roubira, illustrato da Marie Cardouat.

Come tu ben sai, per ragioni di cui parlerò nei prossimi mesi, ho un debito nei confronti di Dixit. E’ un gioco che scoprii grazie a mio fratello, che di solito pensa che i giochi da tavolo siano roba da sfigati, e quindi già questo distingue il prodotto in partenza. Sì, perché in effetti, Dixit sembra un po’ una piccola rivoluzione nell’estetica (e nel concetto) del gioco da tavolo. E io, che ho sempre paura a dire in giro che mi occupo di giochi da tavolo, tiro fuori sempre Dixit per far colpo, o per mascherare la mia nerditudine.

Come spiegano i produttori cinematografici nel film “I Protagonisti” di Robert Altman, un buon soggetto si può spiegare in 25 parole: Il Narratore di turno deve “titolare” una immagine surreale con una frase ambigua. I Giocatori devono indovinare la sua carta fra altre, per ottenere punti.

25 parole! Tiè! Non avrai capito nulla del gioco, la spiegazione è incompleta, non ti dico quanti punti fai, ma ho usato 25 parole! Però in effetti il gioco è tutto qui: è un gioco di deduzione, di creatività, di inventiva, tutto spiegato in una facciata di regole.

Quanti noiosi discorsi fatti su Dixit: e i punti non vanno bene, e i giocatori potrebbero rimanere indietro con il punteggio, e non si crea competizione, e non capisco che vuol dire quella carta, e chi ha ucciso Laura Palmer, e non è un gioco ma un passatempo, e ma puoi facilmente barare, e ma la gente si vergogna, e ma le figure sono inquietanti, e ma i conigli non stanno in piedi, e ma è uguale a quell’altro gioco vecchio, e ma le figure fanno tutto, e ma la gente non ha fantasia.

Maremma a voi.

E mio caro Massimiliano, adesso ti lancio un flame che mi licenzi: quando dici “è importante giocare a Dixit per spingere i giocatori casuali a fare giochi diversi e più complessi!”, sembra quasi che tu dica “sì vabbè dai, è un bel gioco, ma prova i giochi che oh quelli lì sì che sono belli eh!”
Che è un po’ come dire “Ah, ti è piaciuto Sgt. Pepper dei Beatles, sì, dai, carino, allora ascolta “quelli che sanno suonare” che lì scopri la musica proprio vera!”

Eh no, bellommio, qui non ci siamo. Dominion sarà pure studiato, elegante, longevo e innovativo. Ma non ha alcuna grazia. Adesso ti racconterò una storiella.

Sono stato al New Game Design 2014. Un evento dedicato al mondo dei videogiochi organizzato dall’università di Milano, per promuovere il nuovo corso magistrale dedicato alla produzione videoludica.
E lì incontro nientepopodimeno che Spartaco Albertarelli, il mitico autore del mitico Kaleidos. Grandi emozioni!
Gli ho spiegato il nuovo gioco che ho realizzato, abbiamo chiacchierato del settore, e tante cose interessanti.
Ed è saltata fuori proprio la questione Dixit! Grazie Spartaco che mi aiuti involontariamente a riempire le pagine di “Idee Ludiche”.
Secondo Spartaco, il problema dei giochi da tavolo è che troppo spesso si legano a un immaginario infantile, o adolescente. Sì ma adolescente con le magliette dei Rhapsody, aggiungerei.
Dixit non richiama, secondo Mr. Futurisiko, un immaginario bambinesco, ma richiama l’onirico, il sogno, ed è un dettaglio non da poco. Amèlie non è film bambinesco, I Gong, con le loro copertine pasticciate e colorate, non sono bambineschi.
Dixit è il primo gioco adulto per eccellenza, che ha avuto successo. E’ stato realizzato da uno psicologo, ed è un gioco che sento con sicurezza di poter dire che è un perfetto prodotto psicanalitico. E’ il primo Serious Game commercializzato.

Spartaco dixit: “il problema di Dixit non è il gioco, sono i giocatori”. La paura a mettersi di fronte a un pubblico, la paura a mostrarsi, la paura ad analizzare sé stessi e gli altri.
Lo “snobismo” che si crea attorno a Dixit, per i chiari “difetti” di Game Design, ci allontana dal vero focus del gioco, che non è vincere, buona grazia, ma è creare empatia, vedere che il tuo amico o fratello sceglie sempre la tua carta, acquisire maggiore sensibilità “creativa” durante il gioco.
Un giorno realizzeranno un gioco da tavolo che farà ridere, farà piangere, farà riflettere, farà turbare, però con un linguaggio proprio del gioco da tavolo, che non è quello puramente narrativo (quindi i giochi di ruolo e i videogiochi valgono in parte), ma è quello della comunità attorno, appunto, al tavolo, e tutti quei mezzucci che stanno sotto all’ombrellone chiamato “Game Design”.

Dixit, per me, è il primo piccolo passo verso quella strada, alla facciaccia del “Bash the Leader”*.

(*: “ ’Varda un po’ sto chiappone, mancano due carte è lui ci distacca di 18 punti. Che gioco di merda. Giochiamo a Dominion?”)


Cordialmente,

Benedetto

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